The Games Gods Play di Abigail Owen: recensione di un romantasy che non mi ha convinta

Ci sono trame che sembrano scritte apposta per me.

Mitologia greca, ambientazione moderna, competizione mortale, un pizzico di romance: con questi ingredienti non ho scampo, il libro lo devo leggere per forza.

The Games Gods Play The Games Gods Play partiva quindi già con un bel vantaggio. Peccato che, andando avanti con il Crucible, la storia abbia iniziato a sembrarmi sempre più un pretesto per portare i personaggi da una prova all'altra, senza che il gioco in sé o le relazioni tra i protagonisti risultassero davvero credibili.

Ho continuato comunque, dando fiducia al romanzo, perché io i libri a metà non li lascio quasi mai. Alla fine però questa lettura non mi ha regalato il suo "happy ending".

Copertina di The Games Gods Play di Abigail Owen

Scheda del libro

The Games Gods Play

Abigail Owen

Editore
Entangled: Red Tower Books
Pubblicazione
3 settembre 2024
Genere
Modern mythic romantasy
Serie
The Crucible #1
Formato letto
Ebook
Lingua
Inglese
Lunghezza
530 pagine
Punti di vista
Lyra e Hades
Greek mythology Deadly trials Mortal champion Hades romance Forced proximity Gods among mortals
Nota di trasparenza: ho acquistato e letto personalmente il romanzo. Questa recensione nasce esclusivamente dalla mia esperienza di lettura e non fa parte di una collaborazione.
La mia valutazione ★★☆☆☆ 2 su 5

Il verdetto in breve

Macchinoso · Meccanico · Poco coinvolgente

Una premessa molto buona, un'ambientazione chiara e un ritmo giusto per una competizione mortale: eppure non sono bastati a coinvolgermi davvero. Il percorso di Lyra non mi ha convinta, le caratterizzazioni sono confuse e troppi eventi sembrano costruiti a tavolino. Anche il romance, che poteva essere il vero cuore emotivo della storia, resta debole e poco approfondito.

Avvertenze di contenuto e componente spicy

Il romanzo contiene sangue, violenza contro esseri umani, dèi e creature, situazioni di pericolo, ferite, malattia, ricovero, vomito, abusi, bullismo, furto, isolamento, morte, lutto, consumo di alcol e linguaggio esplicito. Sono inoltre presenti situazioni legate a paure comuni, fra cui altezze, fuoco, annegamento, insetti e oscurità.

Componente spicy: quasi assente. Per la mia esperienza di lettura si ferma a una stella su cinque.

La storia, senza spoiler

Ogni cento anni gli dèi organizzano il Crucible, una competizione attraverso la quale viene stabilito chi governerà l’Olimpo per il secolo successivo. Le divinità, naturalmente, non affrontano personalmente le prove: scelgono dei campioni mortali destinati a combattere al loro posto.

Lyra Keres è una giovane donna maledetta da Zeus che lavora come impiegata per l’Ordine dei Ladri. Ha imparato a sopravvivere cercando di non attirare l’attenzione degli dèi, finché Hades decide di partecipare per la prima volta al Crucible e la sceglie come propria campionessa.

Lyra si ritrova così coinvolta in una successione di prove mortali, mentre cerca di comprendere le intenzioni del dio dell’Oltretomba, i segreti che circondano la competizione e il motivo per cui Hades abbia scelto proprio lei.

Pedina, corona d’alloro e melagrana su un antico tavolo da gioco, immagine ispirata a The Games Gods Play
Gli dèi giocano per il potere. I mortali cercano di sopravvivere.

Una premessa che sembrava perfetta per me

Le prime pagine erano riuscite a incuriosirmi. L’idea di un mondo contemporaneo nel quale gli dèi greci non sono mai scomparsi, ma governano città e interferiscono apertamente nelle vite dei mortali, aveva un potenziale enorme.

Anche il Crucible offriva una base narrativa interessante: campioni umani costretti ad affrontare prove estreme per soddisfare le ambizioni di divinità capricciose e potentissime. Era il contesto ideale per esplorare il potere, la manipolazione, il sacrificio e il rapporto profondamente squilibrato tra dèi e mortali.

Fin dall’inizio, però, ho cominciato a notare alcune discrepanze. Ho continuato perché speravo che trovassero una spiegazione o acquistassero senso con il procedere della storia. Invece, più andavo avanti, più gli eventi mi sembravano guidati dalla necessità di raggiungere un determinato risultato, anziché dalle regole del mondo o dalle decisioni credibili dei personaggi.

Lyra e il problema della campionessa

Lyra non è riuscita a convincermi nel ruolo di protagonista, ma soprattutto non mi è sembrata una campionessa credibile.

Il romanzo insiste sulla sua capacità di sopravvivere, eppure durante il Crucible vince pochissime prove. Molto spesso la sua permanenza nella competizione sembra dipendere da interventi esterni, coincidenze o soluzioni che arrivano al momento giusto.

Il problema non è che una protagonista debba essere imbattibile. Anzi, una campionessa vulnerabile avrebbe potuto rendere la storia ancora più interessante. Avrei però voluto vedere una vera evoluzione: strategie apprese dopo una sconfitta, capacità sviluppate grazie all’esperienza ed errori capaci di modificare concretamente il modo in cui affronta la prova successiva.

Invece, la sua sopravvivenza mi è sembrata spesso garantita dalla trama più che conquistata dal personaggio. Quando una competizione viene presentata come quasi inevitabilmente letale, ma la protagonista supera ripetutamente situazioni impossibili senza che il percorso renda credibile quella sopravvivenza, la tensione smette di funzionare.

Non mi chiedevo più come sarebbe riuscita a salvarsi: aspettavo semplicemente di scoprire quale soluzione sarebbe comparsa.

Dèi greci più nominati che reinterpretati

Uno degli aspetti che mi interessavano maggiormente era la reinterpretazione della mitologia greca. Il mondo contemporaneo dominato dalle divinità è abbastanza chiaro, ma non ho trovato una vera ricostruzione mitologica.

Gli dèi possiedono personalità poco marcate e molti di loro vengono appena descritti o approfonditi. Sono riconoscibili soprattutto grazie ai nomi, ai poteri e agli attributi tradizionalmente associati alle rispettive figure, ma raramente ho avuto la sensazione di conoscere davvero questa specifica versione delle divinità.

Ho trovato poco credibile anche il modo in cui vengono rappresentati dèi che esistono da migliaia di anni. Molti hanno l’aspetto di ventenni e si comportano con un’immaturità che ho trovato poco convincente. La mitologia greca è certamente piena di divinità impulsive, vendicative e capricciose, ma qui non ho percepito il peso dei secoli, delle esperienze accumulate o di una prospettiva profondamente diversa da quella umana.

Non è l’aspetto giovane in sé a rappresentare un problema: in un adattamento moderno gli dèi possono assumere qualsiasi forma. Avrei però voluto capire perché abbiano scelto proprio quelle sembianze e come migliaia di anni di esistenza abbiano influenzato il loro modo di pensare. Anche la loro immaturità avrebbe potuto funzionare, se fosse stata collegata alla natura immutabile degli dèi, alla distanza dai mortali o a una diversa percezione del tempo.

Senza una giustificazione narrativa, invece, l’immortalità sembra tradursi semplicemente in un’eterna adolescenza. Va bene adattare il mito, ma un adattamento dovrebbe costruire le proprie regole e permettere al lettore di comprenderle.

Anche lo squilibrio di potere tra uomini e dèi viene raccontato in maniera molto estremizzata, senza però essere esplorato fino in fondo. Sappiamo che i mortali sono pedine, conosciamo la crudeltà del sistema e vediamo le sue conseguenze, ma non sempre riusciamo a percepirne il peso nella vita quotidiana e nelle relazioni.

Per una lettrice che ama le rivisitazioni moderne della mitologia, è stata forse la delusione più grande: avevo davanti un mondo pieno di dèi, ma mi è sembrato divino davvero poco.

Prove mortali senza il peso della mortalità

Le prove del Crucible avrebbero dovuto rappresentare uno degli elementi più spettacolari del romanzo. Il ritmo con cui vengono presentate è scorrevole e la cadenza dei capitoli mantiene la storia in movimento, ma le singole sfide mi sono sembrate ripetitive e, in alcuni casi, talmente estreme da perdere credibilità.

Considerando il livello di pericolo descritto, il tasso di mortalità avrebbe dovuto avvicinarsi pericolosamente al cento per cento. Il fatto che i personaggi riescano comunque a proseguire finisce quindi per rendere evidente la costruzione narrativa.

Anche se le regole vengono spiegate per me manca la sensazione che quelle regole appartengano a un sistema realmente funzionante. Una cosa può essere chiara senza diventare automaticamente credibile, e il Crucible mi ha dato spesso proprio questa impressione: capivo ciò che il testo mi stava spiegando, ma non riuscivo a crederci.

Nessuna prova, inoltre, è riuscita a distinguersi davvero dalle altre o a lasciarmi un ricordo particolarmente forte. In una storia costruita attorno a una competizione divina, la trovo una mancanza importante.

Hades: molte sfumature, ma poca identità

Hades alterna atteggiamenti misteriosi, dolci, duri e protettivi, ma queste diverse sfumature non sono riuscite a comporre una personalità coerente.

Un personaggio può essere contraddittorio. Anzi, i personaggi migliori spesso lo sono. In questo caso, però, non ho percepito una complessità da decifrare, quanto una caratterizzazione che cambiava in base alle esigenze della scena.

Anche il suo interesse per Lyra mi è sembrato confuso. Il romanzo racconta la sua attrazione e la sua preoccupazione, ma non sempre riesce a farmi vivere il passaggio emotivo che dovrebbe unire i diversi momenti.

La prima scena in cui Lyra rischia seriamente di morire e Hades mostra quanto sia preoccupato per lei avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta. Purtroppo, anche ciò che accade in quella circostanza mi è sembrato forzato e poco naturale.

Un romance presente, ma non costruito

Il rapporto tra Lyra e Hades avrebbe potuto dare profondità emotiva alla competizione. Avrei voluto più spazio per la conoscenza reciproca, più tensione e soprattutto più momenti capaci di rendere inevitabile il loro avvicinamento.

Invece, la chimica mi è sembrata piuttosto banale e il romance resta per molto tempo sullo sfondo. Quando i due finalmente si lasciano andare, la scena mi è parsa troppo semplice e inserita senza una costruzione emotiva sufficiente.

Più che il culmine di una tensione cresciuta nel corso del romanzo, mi è sembrata una tappa che la storia doveva raggiungere.

Anche la componente spicy è quasi assente: per me si ferma a una stella su cinque. La quantità, naturalmente, non determina la qualità di un romance. Il problema è che, venendo meno anche quella parte, il romanzo avrebbe avuto bisogno di un’intimità emotiva molto più forte per compensarla.

Non cercavo più scene esplicite. Cercavo un rapporto più vissuto.

Personaggi secondari lasciati sullo sfondo

Nessun personaggio secondario è riuscito a conquistarmi.

Molti avrebbero potuto ampliare il mondo, rendere più complessa la competizione o mostrare lati differenti dei protagonisti. Invece, sono spesso poco approfonditi e appena descritti. Le loro personalità rimangono sfumate e le relazioni non hanno abbastanza spazio per svilupparsi.

Questo indebolisce anche le prove. Se conosciamo poco gli altri campioni e non riusciamo ad affezionarci a loro, le conseguenze del Crucible perdono parte del proprio impatto. Il pericolo esiste, ma coinvolge figure che il romanzo non mi ha dato il tempo o gli strumenti per sentire davvero vicine.

Un ritmo dentro una narrazione macchinosa

Non credo che il problema del romanzo sia il ritmo. La successione degli eventi e la cadenza dei capitoli sono adeguate alla natura della storia. Anche l’alternanza dei punti di vista di Lyra e Hades mi è sembrata coerente e narrativamente sensata.

Eppure ho impiegato diversi giorni per terminare il libro.

La lettura mi è risultata macchinosa perché continuavo a inciampare nella costruzione degli eventi, nelle ripetizioni e nelle decisioni che non riuscivo a considerare naturali. La prosa mi è sembrata spesso approssimativa e la trama troppo visibilmente guidata verso risultati prestabiliti.

Il romanzo continuava a muoversi, ma io non mi sentivo trascinata.

Quitters never win, and winners never quit. But survivors change the game.
Abigail Owen, The Games Gods Play

La sopravvivenza è uno dei temi centrali del libro, insieme al potere. Il problema è che, per cambiare davvero il gioco, avrei avuto bisogno di credere maggiormente nel modo in cui Lyra riesce a sopravvivere.

A chi potrebbe piacere

The Games Gods Play potrebbe funzionare per chi cerca soprattutto una competizione fantasy dal ritmo regolare e un’ambientazione moderna popolata dagli dèi greci, senza sentire la necessità di una mitologia particolarmente approfondita.

Potrebbe piacere anche ai lettori disposti ad accettare una logica molto elastica nelle prove e una protagonista protetta in modo evidente dalla trama, privilegiando l’avventura e l’estetica del mondo rispetto alla coerenza interna.

Chi cerca invece personaggi complessi, una reinterpretazione mitologica strutturata, prove davvero strategiche o un romance costruito gradualmente potrebbe rimanere deluso.

Il mio verdetto

The Games Gods Play aveva una premessa quasi perfetta per i miei gusti, ma non è riuscito a trasformarla in una storia credibile e coinvolgente.

Ho apprezzato la chiarezza generale dell’ambientazione, il ritmo delle sequenze e l’alternanza dei punti di vista. Non sono però bastati a compensare prove ripetitive, personaggi poco approfonditi, un romance debole e una mitologia che rimane più decorativa che realmente sviluppata.

★★☆☆☆   2 stelle su 5

Parliamone Quanto riuscite a perdonare ad una storia quando amate moltissimo la sua premessa, ma non trovate credibile il modo in cui viene sviluppata?

Il finale di The Games Gods Play

Attenzione: la sezione seguente rivela dettagli importanti sul ruolo di Persefone, sul finale e sulla sparizione di Lyra. Aprila soltanto se hai terminato il libro.
Ho terminato il libro: mostra gli spoiler

La rivelazione legata a Persefone è uno dei pochi colpi di scena che è riuscito davvero a sorprendermi.

Scoprire la verità sul suo rapporto con Hades e sulla sua presunta morte modifica il modo in cui possiamo leggere parte delle sue azioni e dei suoi segreti. È un’idea interessante, anche perché interviene direttamente sulla versione del mito che il romanzo sembrava averci presentato.

Avrei voluto, però, che questa capacità di rielaborare la mitologia fosse presente con la stessa forza durante tutto il libro e non concentrata soprattutto nella rivelazione finale.

Molto meno efficace, per me, è stata la sparizione di Lyra.

Il finale dovrebbe rappresentare la conseguenza inevitabile di indizi e tensioni disseminati nel corso della storia. Qui, invece, la sparizione mi è sembrata comparire improvvisamente, senza una preparazione sufficiente.

Non ho provato la sensazione di riconoscere retrospettivamente i segnali che mi erano sfuggiti; ho percepito soprattutto la necessità di creare un cliffhanger.

Per questo il finale mi ha lasciata frustrata, ma non nel modo che mi spinge immediatamente a desiderare il volume successivo. Un cliffhanger efficace interrompe una storia nel momento in cui il lettore sente di non poterla abbandonare.

Questo, invece, mi è sembrato troppo improvviso e poco costruito per suscitare quella necessità.

Al momento non credo che proseguirò la serie.

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