Una corte di spine e rose di Sarah J. Maas: l'ho finalmente letto, ma mi ha delusa
Una corte di spine e rose è uno di quei titoli che sembrano essere diventati un passaggio obbligato per chiunque legga romantasy. Un grande classico del genere, un fenomeno editoriale e, inevitabilmente, un metro di paragone citato praticamente ovunque. Strano a dirsi, però mancava ancora dalla mia libreria di letture.
Ora che l’ho finalmente letto, comincio a pensare che forse mancasse per un motivo. Non l’ho trovato orribile e la lettura è stata abbastanza lineare, ma sono arrivata alla fine continuando ad aspettare quell’emozione, quella svolta o quella scintilla che mi facesse capire perché questo romanzo sia diventato così amato. Quella scintilla, almeno per me, non è mai scoccata.
Scheda del libro
Una corte di spine e rose
- Titolo originale
- A Court of Thorns and Roses
- Editore
- Bloomsbury Publishing
- Pubblicazione
- 5 maggio 2015
- Genere
- Romantasy
- Serie
- Una corte di spine e rose #1
- Formato letto
- Ebook
- Lingua
- Inglese
- Lunghezza
- 432 pagine nell’edizione cartacea inglese
- Punto di vista
- Prima persona, Feyre
Il verdetto in breve
Piatto · Sopravvalutato · Distante
Una lettura scorrevole e sostenuta da uno stile piacevole, ma troppo povera di profondità emotiva. La trama promette pericoli, sentimenti e ostacoli quasi impossibili. Poi, però, lascia trascorrere mesi senza una vera evoluzione e risolve molte delle sue difficoltà con una semplicità che finisce per rendere tutto banale.
Avvertenze di contenuto e componente spicy
Il romanzo contiene violenza, sangue, morte, omicidio, caccia e uccisione di animali, prigionia, torture, abusi fisici e psicologici, minacce, manipolazione, consumo di alcol e alterazione della coscienza.
Componente spicy: quasi completamente assente. Per la mia esperienza di lettura si ferma a una stella su cinque.
La storia, senza spoiler
Feyre è una giovane cacciatrice costretta a provvedere alla propria famiglia. Durante una battuta di caccia uccide un enorme lupo, ma quella decisione ha conseguenze che non avrebbe potuto immaginare: una creatura proveniente dal mondo dei Fae si presenta alla sua porta e pretende che paghi per ciò che ha fatto.
Condotta oltre il confine che separa il mondo umano dalle terre incantate dei Fae, Feyre si ritrova nella dimora di Tamlin, un lord potente e pericoloso. Quello che inizialmente appare come un periodo di prigionia si trasforma lentamente in qualcosa di diverso, mentre Feyre scopre che su quelle terre incombe una minaccia capace di distruggere non soltanto Tamlin, ma l’intero regno.
Un promettente classico che mi ha lasciata indifferente
Avvicinarsi a un romanzo diventato così famoso comporta inevitabilmente un certo bagaglio di aspettative. Non pretendevo che Una corte di spine e rose diventasse automaticamente uno dei miei libri preferiti, ma mi aspettavo almeno di comprendere la ragione di tanto entusiasmo. Invece ho trovato una storia leggibile, mai davvero terribile, ma anche sorprendentemente piatta.
Il problema non è l’assenza assoluta di eventi. Il romanzo possiede una premessa interessante, introduce un mondo pericoloso e, soprattutto nella seconda parte, mette Feyre davanti a ostacoli concreti. Ciò che mi è mancato è stato il coinvolgimento: gli avvenimenti sembrano susseguirsi senza lasciare una traccia emotiva abbastanza profonda, come se tra me e la storia ci fosse sempre una distanza impossibile da colmare.
Due edizioni italiane, due titoli diversi
Anche la storia editoriale italiana ha una piccola stranezza: nel 2019 Mondadori ha pubblicato il romanzo con il titolo La corte di rose e spine, mentre la nuova edizione è diventata Una corte di spine e rose. Cambiano l’articolo, l’ordine di rose e spine e naturalmente la copertina, ma il romanzo e la traduttrice restano gli stessi.
Non ho trovato una spiegazione ufficiale per questa scelta, che sembra soprattutto un modo per rilanciare la saga e uniformarne il titolo italiano alla struttura di quello originale. Rimane comunque curioso vedere lo stesso libro circolare con due nomi tanto simili da sembrare il risultato di un gioco di memoria dispettoso. E, già che siamo in tema di cambiamenti, devo ammettere che la copertina della nuova edizione Mondadori mi convince persino meno di quella inglese, che non mi aveva conquistata esattamente al primo sguardo.
Tanto tempo, poca evoluzione
La prima parte del romanzo copre diversi mesi, ma per gran parte di questo tempo Feyre rimane nella dimora dei Fae senza fare molto, oltre a dipingere e vivere alcuni episodi isolati con i padroni di casa. Il problema non è la lentezza in sé, qui il tempo passa senza produrre una crescita proporzionata.
I mesi vengono spesso saltati e le relazioni non sembrano cambiare davvero attraverso conversazioni, confidenze o momenti condivisi. Avrei preferito che Feyre trascorresse meno tempo nella tenuta, rendendo comprensibile il limitato sviluppo iniziale, oppure che quei mesi fossero utilizzati per mostrarci una vicinanza progressiva. Invece la storia continua a dirmi che il tempo è trascorso senza farmene percepire le conseguenze.
Lo stesso espediente ritorna anche quando la vicenda entra nella sua fase più pericolosa: lunghi intervalli vengono superati facendo perdere a Feyre la percezione e il ricordo di ciò che accade. È una soluzione funzionale, ma fin troppo comoda per giustificare settimane intere in cui la narrazione non ha nulla di significativo da raccontare.
Feyre e l’impossibile che diventa semplice
Feyre è una protagonista completamente umana, priva di poteri o capacità eccezionali. La sua caratteristica più evidente è una testardaggine che la porta ad affrontare il pericolo, accompagnata da un senso di responsabilità verso la famiglia spinto quasi fino all’autodistruzione. In teoria, questa normalità avrebbe potuto rendere le sue conquiste ancora più soddisfacenti.
In pratica, però, troppe imprese presentate come quasi impossibili diventano improvvisamente semplici quando è lei a doverle affrontare. Catturare una creatura che nessuno sembra riuscire ad avvicinare dovrebbe essere un’impresa straordinaria, eppure Feyre ci riesce al primo tentativo e senza troppi drammi. Anche altri ostacoli seguono una dinamica simile: vengono caricati di aspettative e difficoltà, per poi trovare una soluzione tanto rapida da ridimensionare tutta la tensione costruita in precedenza.
Non ho trovato assurdo che Feyre riuscisse a superare alcune prove. Alcune soluzioni sono coerenti con le sue capacità e con ciò che sappiamo di lei. È la facilità generale con cui la storia piega le proprie regole quando ne ha bisogno ad avermi lasciata perplessa.
Un amore dichiarato, ma non costruito
Il rapporto tra Feyre e Tamlin è probabilmente l’elemento che mi ha convinta meno. L’inizio sembra quasi promettere una dinamica enemies to lovers, ma questa tensione viene annullata molto presto senza essere sostituita da una costruzione emotiva altrettanto forte.
Tamlin rimane quasi sempre in disparte. Ogni tanto le rivolge un complimento o lascia intuire una certa attrazione, ma non cerca davvero di conoscerla e il romanzo non mostra abbastanza momenti capaci di spiegare perché i loro sentimenti dovrebbero diventare così profondi. La situazione in cui si trova avrebbe dovuto spingerlo ad avvicinarsi a lei in maniera più diretta, invece appare distante e talvolta persino contraddittorio.
L’attrazione esiste, ma non basta a rendere credibile il salto verso l’amore. Poco prima della loro separazione, il sentimento sembra improvvisamente già completo, mentre io ero ancora in attesa di vederlo nascere. Insomma: qualche complimento, un momento fugace e poi amore eterno. What?
Lucien e Rhysand: un potenziale non sfruttato
Anche Lucien mi è sembrato poco sviluppato. Il romanzo suggerisce la possibilità di un’amicizia con Feyre, ma non ho percepito la nascita di un rapporto autentico. Il risentimento che prova verso di lei ha motivazioni comprensibili, e proprio per questo avrei voluto vedere una trasformazione più graduale e approfondita, non soltanto alcuni scambi che rimangono in superficie.
Rhysand, invece, dovrebbe incarnare l’ambiguità: vuole apparire crudele, mentre alcuni gesti suggeriscono intenzioni differenti. Per il momento, però, questa contraddizione non mi ha restituito un personaggio davvero sfaccettato. Mi ha dato piuttosto l’impressione di qualcuno che non riesce a essere fino in fondo né il cattivo né il buono, rimanendo sospeso tra due ruoli non rendendo pienamente credibile nessuno dei due.
Una scrittura piacevole a cui manca profondità
Lo stile di Sarah J. Maas è uno degli aspetti che ho apprezzato. La prosa è piacevole, il romanzo si legge con facilità e, nonostante la lunghezza, non ho incontrato passaggi realmente faticosi. Il problema non riguarda il modo in cui le frasi sono scritte, ma ciò che resta sotto la superficie.
Mi è mancato soprattutto il groviglio interiore di Feyre: il lento cambiamento delle sue emozioni, il conflitto tra la prigionia e l’attrazione, il momento in cui la diffidenza comincia davvero a trasformarsi. Tutto questo accade, ma non viene esplorato con la profondità necessaria a farmelo vivere.
Anche le ambientazioni mi sono sembrate poco nitide. Ci sono elementi potenzialmente suggestivi, ma raramente sono riuscita a costruire nella mente un’immagine davvero precisa dei luoghi. Persino la pittura, che dovrebbe essere il linguaggio più intimo di Feyre, finisce per essere ripetuta così spesso da sembrare più un riempitivo che una finestra autentica sul personaggio.
Quando la storia cambia ritmo
La seconda parte introduce finalmente una tensione più concreta e una sequenza di prove che ho trovato complessivamente coerenti con la storia. Il ritmo si alza e Feyre è costretta ad agire, soffrire e prendere decisioni molto più difficili rispetto a quelle affrontate nella tenuta.
Eppure neppure questa svolta è riuscita a coinvolgermi fino in fondo. L’antagonista viene descritta come una figura astuta e terribile, capace di piegare al proprio volere esseri antichissimi e potentissimi, ma le sue strategie non mi sono sembrate all’altezza della reputazione costruita intorno a lei. Ancora una volta, il romanzo presenta qualcosa come enorme, complesso e quasi insuperabile, per poi risolverlo in modo sorprendentemente semplice.
Don’t feel bad for one moment about doing what brings you joy.Sarah J. Maas, A Court of Thorns and Roses
A chi potrebbe piacere
Potrebbe piacere a chi ama i fantasy romantici molto accessibili, le protagoniste umane trascinate nel mondo dei Fae, le maledizioni, le corti incantate e le saghe che ampliano gradualmente il proprio universo.
Lo consiglierei con più cautela a chi cerca una storia d’amore costruita attraverso una forte intimità emotiva, un worldbuilding molto dettagliato oppure ostacoli risolti attraverso meccanismi complessi e rigorosi. Se, come me, avete bisogno di sentire i rapporti crescere pagina dopo pagina, potreste arrivare alla dichiarazione d’amore con qualche domanda di troppo.
Il mio verdetto
Una corte di spine e rose non è stata una lettura disastrosa. Lo stile è buono, la narrazione scorre e la seconda parte contiene prove che, prese singolarmente, funzionano. Però ho avvertito costantemente la mancanza di qualcosa: profondità nei personaggi, intensità nel romance, chiarezza nelle ambientazioni e un’autentica difficoltà negli ostacoli affrontati.
Il tempo trascorre, ma i rapporti crescono poco. I sentimenti vengono dichiarati prima di essere davvero costruiti. Le imprese impossibili diventano semplici proprio quando Feyre deve compierle. Persino i momenti che avrebbero dovuto rappresentare il culmine emotivo della storia mi sono sembrati privi della forza necessaria.
Non l’ho odiato, ma non sono riuscita a trovare tra queste pagine il romanzo indimenticabile che la sua fama mi aveva fatto immaginare. Forse proseguirò con la serie, ma il secondo volume dovrà aspettare parecchio in fondo alla mia TBR.
Il finale di Una corte di spine e rose
Ho terminato il libro: mostra gli spoiler
Dopo aver osservato meglio la copertina inglese, ho capito che si trattava di Andras trafitto dalla freccia di Feyre. È un dettaglio che riporta immediatamente all’inizio della storia e anche a una delle contraddizioni della protagonista: Feyre sostiene di non voler fare del male a nessuno, ma uccide Andras quando è ancora in forma di lupo con rabbia e odio nel cuore.
Questa contraddizione diventa ancora più dolorosa sotto la Montagna, quando è costretta a uccidere due innocenti a sangue freddo per tentare di salvare tutti gli altri. È una scelta terribile e potenzialmente devastante per il personaggio. Proprio per questo mi domando come verranno affrontate le conseguenze psicologiche nei libri successivi: sarebbe difficile accettare che un trauma simile venga superato senza lasciare ferite profonde.
Le prove affrontate da Feyre non mi sono dispiaciute. Le ho trovate adatte alla vicenda e non mi è sembrato assurdo che riuscisse a superarle. Ciò che continua a non convincermi è il modo in cui il romanzo gestisce il tempo tra una prova e l’altra: Rhysand la fa bere e la mantiene in uno stato di alterazione tale da cancellare intere settimane dai suoi ricordi. È una giustificazione piuttosto semplicistica per far passare mesi senza dover raccontare ciò che accade.
Anche il patto con Rhysand mi ha lasciata perplessa. Feyre accetta di trascorrere con lui una settimana al mese per il resto della propria esistenza in cambio della guarigione necessaria a sopravvivere. Comprendo che si trovi in una situazione disperata e che l’alternativa sia la morte, ma la facilità con cui cede a una conseguenza eterna mi ha fatto avvertire ancora una volta quanto la trama proceda seguendo la soluzione più utile del momento.
L’indovinello di Amarantha è carino e la risposta finale (l’amore) è perfettamente coerente con la storia. Allo stesso tempo, è un altro esempio di una difficoltà definita quasi impossibile che viene risolta grazie a un’illuminazione arrivata esattamente all’ultimo secondo. Dopo tutto ciò che Amarantha ha fatto per sottomettere i sette High Lords, mi aspettavo un piano più subdolo e una conclusione molto più complessa.
Amarantha trascorre quasi un secolo a costruire la propria vendetta, appare abbastanza astuta da tenere sotto controllo un intero mondo e poi viene sconfitta con una rapidità quasi disarmante da una semplice umana. Anche la furia di Tamlin, una volta liberato, avrebbe dovuto essere uno dei momenti più intensi del romanzo. Invece la sua reazione e la morte dell’antagonista si consumano così velocemente da non restituire il peso di tutta l’attesa precedente.
Infine, la trasformazione di Feyre in Fae non mi ha convinta. Comprendo la necessità di salvarla e il ruolo che questa scelta avrà nel resto della serie, ma mi è sembrata l’ennesima soluzione raggiunta con troppa facilità. Feyre salva tutti grazie a un amore che io non ho mai percepito e viene ricompensata con una nuova natura e una nuova vita. Avrei voluto sentire il peso di quel momento; invece, ancora una volta, sono rimasta emotivamente distante.
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