God of Malice di Rina Kent: un inizio magnetico, ma un finale che mi ha persa
Rina Kent mi aveva avvertita. Killian Carson non sarebbe stato il solito bravo ragazzo travestito da cattivo, né un uomo da poter aggiustare. Ed io ero pronta a vedere fino a che punto il romanzo avrebbe mantenuto quella promessa.
Poi ho letto i primi due capitoli. E che inizio, signori: abbastanza da incuriosirmi e allarmarmi.
Per buona parte della lettura, God of Malice ha continuato a tenermi lì, tra attrazione, gelosia e qualche gesto capace di farmi abbassare la guardia. Il problema è arrivato dopo: non quando la storia è diventata troppo oscura, ma quando ha cominciato a sembrarmi poco credibile.
Scheda del libro
God of Malice
- Editore
- Blackthorn Books, LLC
- Pubblicazione
- 14 luglio 2022
- Genere
- Dark romance / College romance
- Serie
- Legacy of Gods #1
- Formato letto
- Ebook
- Lingua
- Inglese
- Lunghezza
- 468 pagine nell’edizione Kindle
- Punti di vista
- Principalmente Glyndon e Killian
Il verdetto in breve
Provocatorio · Magnetico · Sconclusionato
Un’apertura che cattura immediatamente, una scrittura coinvolgente e una dinamica alimentata da attrazione, possessività e gelosia. Mi sono lasciata trascinare, ma l’ultimo terzo ha compromesso la lettura con svolte poco credibili e una caratterizzazione che non mi è sembrata coerente fino in fondo.
Avvertenze di contenuto e componente spicy
Il romanzo contiene violenza e coercizione sessuale, scene non consensuali e di consenso ambiguo, comportamenti possessivi e di controllo, manipolazione, violenza fisica e psicologica, depressione, ideazione suicidaria e riferimenti al suicidio, lutto, crudeltà verso gli animali, uso di sostanze, sesso esplicito e linguaggio esplicito. Si consiglia di leggere anche le avvertenze dell’autrice.
Componente spicy: quattro stelle su cinque. Molto presente ed esplicita, legata a dinamiche di potere e possessività. L’apertura non ha superato un limite personale e, date le premesse, mi aspettavo qualcosa di ancora più estremo. È una percezione soggettiva, non un’indicazione che i contenuti siano leggeri.
La storia, senza spoiler
Glyndon King porta con sé un dolore che fatica a elaborare e cerca nell’arte uno spazio per esprimere ciò che non riesce a raccontare. Un incontro sul bordo di una scogliera la mette sulla strada di Killian Carson: lui è brillante, affascinante e un pericoloso manipolatore.
Killian non interpreta l’interesse come qualcosa da coltivare con pazienza. La sua attenzione diventa un’ossessione, e Glyndon si ritrova dentro una dinamica nella quale desiderio, paura e bisogno di controllo si confondono continuamente.
Intorno a loro si muove un ambiente universitario attraversato da rivalità, legami familiari ingombranti e segreti. Ma il conflitto più immediato rimane quello tra il desiderio di Glyndon di sottrarsi a Killian e l’attrazione che continua a riportarla verso di lui.
God of Malice apre la serie Legacy of Gods. In Italia è pubblicato da Hope Edizioni mantenendo il titolo originale. Io ho letto l’ebook in inglese.
Un inizio che non passa inosservato
I primi due capitoli fanno esattamente ciò che un’apertura dovrebbe fare: rendono impossibile restare indifferenti. Non c’è un lungo periodo di ambientamento, non c’è il tempo di accomodarsi. Killian entra nella storia e chiarisce subito che non sarà una presenza rassicurante.
La nota iniziale dell’autrice mi aveva preparata a un protagonista che non avrebbe semplicemente finto di essere pericoloso. Quella premessa mi interessava: volevo vedere come sarebbe stato costruito un rapporto senza ricorrere alla trasformazione del cattivo in bravo ragazzo per merito dell’amore.
Sono stata incuriosita e allarmata, ma non respinta dalla lettura. Anzi, rispetto alle aspettative create dall’avvertimento iniziale, il romanzo nel suo insieme mi è sembrato meno estremo di quanto immaginassi. Il mio problema non è stato il livello di oscurità: è stato il modo in cui la storia ha gestito le proprie premesse.
Killian e i gesti che mi hanno fatto abbassare la guardia
Killian mi ha coinvolta soprattutto attraverso il contrasto tra possessività e cura. Ci sono momenti in cui la sua attenzione per Glyndon, il bisogno di averla vicina e il modo in cui si occupa di lei riescono a oltrepassare la diffidenza con cui avevo iniziato a leggerlo.
Prepararle i pasti, per esempio, è uno di quei dettagli quotidiani capaci di arrivarmi più di una dichiarazione. Ho cominciato a sciogliermi anche quando la gelosia ha smesso di essere soltanto sua: la reazione di Glyndon a Cherry ha segnato per me un piccolo cambio di prospettiva.
Eppure, mentre mi lasciavo conquistare, continuavo a farmi una domanda: come si conciliano questi gesti con il personaggio che il romanzo insiste nel descrivere? Non perché un uomo oscuro debba essere incapace di qualsiasi attenzione, ma perché avrei voluto comprendere meglio ciò che rende Glyndon un’eccezione e che cosa cambia davvero in lui.
Alcuni comportamenti mi hanno emozionata più di quanto mi abbiano convinta. Li ho accolti volentieri sulla pagina, senza trovare sempre abbastanza costruito il percorso che li rendeva possibili.
Attrazione, possessività e gelosia
La forza del rapporto, per me, sta soprattutto qui: nell’attrazione, nella gelosia reciproca e nella tensione del possesso. Sono gli elementi che mi hanno spinta a continuare a leggere e che rendono la loro dinamica magnetica anche quando non riesco a crederle completamente.
Non è un romance che ho vissuto principalmente attraverso una conoscenza emotiva graduale. Ho sentito soprattutto la spinta a cercarsi, provocarsi e rivendicarsi. Anche la relativa scarsità dei baci non mi ha disturbata: mi sembrava compatibile con il modo in cui Killian viene presentato.
La componente fisica è molto presente, ma ciò che desideravo capire meglio non riguardava l’intensità dell’attrazione. Quella arrivava. Mi mancava una maggiore continuità tra ciò che il libro diceva dei personaggi e ciò che mostrava del loro legame.
Glyndon, tra fragilità e autonomia
All’inizio Glyndon mi era piaciuta. La sua sofferenza e la difficoltà di trovare un equilibrio mi avevano dato un motivo per avvicinarmi a lei. Con il proseguire della storia, però, anche la sua caratterizzazione ha cominciato a scricchiolare.
Non considero fragilità e forza due qualità incompatibili. Il punto è che non sempre ho percepito un passaggio convincente tra la vulnerabilità sulla quale il romanzo insiste inizialmente e la determinazione che in seguito vuole attribuirle. Avrei avuto bisogno di sentirle convivere con maggiore naturalezza.
A complicare questa impressione c’è il comportamento degli uomini della sua famiglia. La loro protezione mi è sembrata andare spesso oltre la preoccupazione per una persona cara, fino a diventare un controllo ingombrante. In mezzo a tante presenze che decidono, sorvegliano e intervengono, avrei voluto vedere delineata meglio l’autonomia di Glyndon.
Quando tutti sono pericolosi, l’eccezione perde forza
Un’altra perplessità riguarda la concentrazione di personaggi estremi. Nella famiglia di Glyndon e nelle altre si incontrano così tante figure manipolatorie, controllanti o violente che, a un certo punto, ho cominciato a trovare l’insieme poco plausibile.
Non sto attribuendo una diagnosi a ogni personaggio: parlo del modo in cui il romanzo insiste sulla loro pericolosità. Se quasi tutti devono essere eccezionalmente oscuri, imprevedibili o temibili, quella caratteristica finisce per distinguere meno ciascuno di loro.
I personaggi secondari inizialmente mi avevano incuriosita, ma alla fine mi sono sembrati più presenze di contorno che persone con uno spazio davvero significativo in questa storia. Forse gli altri volumi permettono di approfondirli; in questo, però, non ho trovato abbastanza da farmi desiderare di seguirli.
Una nota sulla lingua originale
Ho letto God of Malice in inglese e lo stile è uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente. Rina Kent alterna dialoghi serrati, con poche indicazioni sulla scena, a paragrafi descrittivi più lunghi. Questa alternanza mi ha coinvolta e non ha ostacolato la lettura.
È importante distinguerlo: non ho trovato il romanzo difficile da seguire o poco scorrevole. Al contrario, la scrittura ha continuato a trascinarmi anche quando la trama cominciava a convincermi meno.
Ho apprezzato meno i capitoli dal punto di vista dei genitori. Li ho percepiti come deviazioni che spostavano l’attenzione e modificavano il tono, interrompendo una tensione nella quale ero già immersa. Per la mia esperienza di lettura, aggiungevano meno di quanto toglievano in termini di concentrazione sulla coppia.
L’ultimo terzo e la fiducia che si spezza
Arrivata a due terzi, mi domandavo come il romanzo avrebbe chiuso tutto nello spazio rimasto. Le risposte sono arrivate, ma non nel modo che speravo.
L’ultimo terzo è la parte che ha compromesso maggiormente il mio giudizio. Ho trovato alcune svolte poco credibili e certe motivazioni troppo deboli per sostenere il peso degli eventi. La sorpresa, da sola, non mi è bastata.
Anche la caratterizzazione di Killian mi ha lasciata insoddisfatta. Il romanzo torna spesso sull’idea di ciò che lui possa provare e di ciò che invece imiti, ma non ho trovato una sintesi narrativa capace di chiarire davvero la distanza tra quelle affermazioni e il suo comportamento.
Non cercavo una spiegazione clinica, né una redenzione obbligatoria. Volevo una costruzione coerente con le regole che la storia aveva stabilito per il suo protagonista. Alla fine, più che turbata dalla sua oscurità, mi sono sentita poco convinta da come fosse stata raccontata.
You always wanted the nice guy; too bad you got the fucking villain.Rina Kent, God of Malice
È una frase che racchiude bene la promessa del romanzo. E il mio problema non è stato aver incontrato il cattivo: ero pronta a leggerlo. Avrei soltanto voluto riconoscerlo con la stessa chiarezza dall’inizio alla fine.
A chi potrebbe piacere
A chi cerca un dark romance universitario con un protagonista ossessivo, molta possessività, gelosia e una componente spicy importante. A chi si lascia coinvolgere soprattutto dalla tensione della coppia e apprezza una scrittura capace di tenere alta l’attenzione.
Lo consiglierei con le mie riserve, nonostante il finale non mi abbia convinta. Ci sono elementi che hanno funzionato anche per me, e non voglio cancellarli soltanto perché la conclusione mi ha delusa.
Le avvertenze, però, vanno considerate prima della lettura, soprattutto per la presenza di coercizione e violenza sessuale. Il fatto che io mi aspettassi qualcosa di più estremo non rende questa una lettura adatta a ogni sensibilità.
Il mio verdetto
God of Malice mi ha incuriosita fin dalle prime pagine. Ho apprezzato lo stile, mi sono lasciata coinvolgere dall’attrazione tra i protagonisti e ho trovato gesti di Killian capaci di farmi abbassare la guardia.
Ma l’ultimo terzo mi ha persa tra svolte poco credibili, personaggi non sempre coerenti e una conclusione che non ha mantenuto la forza delle premesse.
È una lettura che posso consigliare a chi cerca questo tipo di dinamica, ma non mi ha lasciato il desiderio di proseguire la serie. Killian ha saputo attirare la mia attenzione. La storia, purtroppo, non ha saputo conservare fino in fondo la mia fiducia.
Il finale di God of Malice
Ho terminato il libro: mostra gli spoiler
Il capitolo trentotto è stato il punto di rottura. La rivelazione che Devlin fosse ancora vivo, di per sé, avrei potuto accettarla. Un ritorno inatteso non è automaticamente un cattivo colpo di scena. È ciò che viene costruito intorno a quella rivelazione ad avermi fatto perdere fiducia.
Il piano per istigare una guerra tra due club universitari mi è sembrato sproporzionato e poco convincente nelle motivazioni. Ho avuto la sensazione che il romanzo volesse alzare improvvisamente la posta, senza aver preparato abbastanza ciò che avrebbe dovuto sostenerla.
Anche scoprire che l’amicizia tra Glyndon e Devlin fosse durata soltanto due mesi mi ha lasciata perplessa. Non perché un legame breve non possa segnare profondamente, ma perché avrei avuto bisogno di conoscerlo meglio per comprendere il peso enorme che esercita su di lei.
La rivelazione della crudeltà e delle manipolazioni di Devlin avrebbe potuto dare maggiore profondità al dolore di Glyndon. Io, invece, l’ho percepita soprattutto come un cambio improvviso della sua funzione nella trama: da figura legata a una ferita a responsabile di un piano che non riuscivo a prendere sul serio.
Lo scontro non ha recuperato quella credibilità. Landon, Brandon, Nikolai e Killian che si uniscono per affrontarlo avrebbero dovuto dare forza alla resa dei conti. Eppure Devlin, che si aspetta il loro arrivo, non mi è sembrato agire con la preparazione che il suo ruolo avrebbe richiesto.
Il fatto che riesca a cogliere Killian di sorpresa e a rompergli un braccio non mi ha restituito tensione. Mi ha fatto interrogare ancora sulla logica dello scontro e sulla distanza tra la pericolosità dichiarata dei personaggi e le loro azioni.
Non avevo bisogno che Killian diventasse buono, ma nemmeno che restasse un’etichetta ripetuta mentre le sue azioni andavano spiegate da sole. I gesti di cura mi avevano conquistata; il finale non è riuscito a trasformare quel coinvolgimento in piena convinzione.
È questo il mio dispiacere più grande: non aver trovato una conclusione all’altezza dell’interesse iniziale. Ero pronta a seguire una storia scomoda e un protagonista difficile. Mi sono fermata, invece, davanti a una trama che nell’ultima parte mi chiedeva più fiducia di quanta riuscisse ancora a guadagnarsi.
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